Dov’è il confine tra un momento di tristezza, di melanconia, di fatica ad affrontare la giornata e uno stato definibile come di depressione in senso proprio ?
L’argomento è di grande attualità: ai tempi dei nostri genitori (per non parlare dei nostri nonni !) non era certo abituale definire gli stati d’animo o i comportamenti in termini medici o psicologici/psichiatrici. E naturalmente possiamo dire che abbiamo fatto enormi progressi in questo senso: se un bambino disturba in classe è certamente meglio cercare di capirne il disagio ed eventualmente diagnosticare un ‘disturbo dell’attenzione’, piuttosto che limitarsi a punirlo o escluderlo.
Vi è però anche un rovescio della medaglia: rischiamo di spostare il confine della cosiddetta ‘normalità’, considerando ‘anormali’, e quindi patologici, anche momenti di difficoltà che rientrano nel percorso di vita di ciascuno di noi.
Per questo motivo è bene distinguere un momento di tristezza o di malumore da uno stato depressivo in senso proprio.
Soffrire di depressione (non a caso definita anche ‘depressione maggiore’) significa sperimentare in modo continuativo e per più giorni, un disinteresse pressoché totale per qualsiasi attività, incontro, relazione – e quindi rifugiarsi nel sonno, isolarsi, evitare tutto ciò che normalmente ci fa sentire vivi e vitali. Questo umore depresso profondo e persistente può accompagnarsi a inappetenza, senso di fallimento, pianto apparentemente immotivato, perdita di autostima…
Si tratta quindi di uno stato psicologico che, oltre a dare sofferenza soggettiva, stravolge in modo grave e continuativo la quotidianità, la vita di relazioni, la possibilità stessa di lavorare o svolgere le proprie mansioni quotidiane.
E si tratta di unna situazione che è corretto definire patologica, e che è bene affrontare prontamente in modo serio. Come affrontarla ? A mio parere la psicoterapia è, anche in casi gravi, ciò che permette di capire i motivi che stanno alla base dello stato depressivo, e di affrontarli facendo leva sulle risorse personali e/o relazionali residue. Per questo la psicoterapia può essere individuale, ma eventualmente anche di coppia. Vedi Depressione: è utile la terapia di coppia?
Una specifica terapia farmacologica però può essere utile, a volte necessaria. Questo perché sappiamo che negli stati depressivi può esservi una componente di familiarità (genitori o nonni o zii che hanno sofferto di stati depressivi), e perché lo stato depressivo comporta spesso alcuni squilibri di tipo neurochimico. La valutazione se sia necessaria una terapia psicofarmacologica va assunta con cautela, consultando un medico specialista e, se si è già in psicoterapia, valutando attentamente la questione con il proprio psicoterapeuta.
In ogni caso, se si inizia una terapia farmacologica per la depressione, è poi necessario portarla a termine seguendo attentamente le indicazioni del medico.
L’argomento è di grande attualità: ai tempi dei nostri genitori (per non parlare dei nostri nonni !) non era certo abituale definire gli stati d’animo o i comportamenti in termini medici o psicologici/psichiatrici. E naturalmente possiamo dire che abbiamo fatto enormi progressi in questo senso: se un bambino disturba in classe è certamente meglio cercare di capirne il disagio ed eventualmente diagnosticare un ‘disturbo dell’attenzione’, piuttosto che limitarsi a punirlo o escluderlo.
Vi è però anche un rovescio della medaglia: rischiamo di spostare il confine della cosiddetta ‘normalità’, considerando ‘anormali’, e quindi patologici, anche momenti di difficoltà che rientrano nel percorso di vita di ciascuno di noi.
Per questo motivo è bene distinguere un momento di tristezza o di malumore da uno stato depressivo in senso proprio.
Soffrire di depressione (non a caso definita anche ‘depressione maggiore’) significa sperimentare in modo continuativo e per più giorni, un disinteresse pressoché totale per qualsiasi attività, incontro, relazione – e quindi rifugiarsi nel sonno, isolarsi, evitare tutto ciò che normalmente ci fa sentire vivi e vitali. Questo umore depresso profondo e persistente può accompagnarsi a inappetenza, senso di fallimento, pianto apparentemente immotivato, perdita di autostima…
Si tratta quindi di uno stato psicologico che, oltre a dare sofferenza soggettiva, stravolge in modo grave e continuativo la quotidianità, la vita di relazioni, la possibilità stessa di lavorare o svolgere le proprie mansioni quotidiane.
E si tratta di unna situazione che è corretto definire patologica, e che è bene affrontare prontamente in modo serio. Come affrontarla ? A mio parere la psicoterapia è, anche in casi gravi, ciò che permette di capire i motivi che stanno alla base dello stato depressivo, e di affrontarli facendo leva sulle risorse personali e/o relazionali residue. Per questo la psicoterapia può essere individuale, ma eventualmente anche di coppia. Vedi Depressione: è utile la terapia di coppia?
Una specifica terapia farmacologica però può essere utile, a volte necessaria. Questo perché sappiamo che negli stati depressivi può esservi una componente di familiarità (genitori o nonni o zii che hanno sofferto di stati depressivi), e perché lo stato depressivo comporta spesso alcuni squilibri di tipo neurochimico. La valutazione se sia necessaria una terapia psicofarmacologica va assunta con cautela, consultando un medico specialista e, se si è già in psicoterapia, valutando attentamente la questione con il proprio psicoterapeuta.
In ogni caso, se si inizia una terapia farmacologica per la depressione, è poi necessario portarla a termine seguendo attentamente le indicazioni del medico.
Condividi: