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valeria rosso psicologo psicoterapeuta torino
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I rapporti con un figlio adolescente sono sovente tesi, difficili, conflittuali. Sappiamo che ciò è di per sé normale perché in adolescenza il futuro giovane adulto deve affermare la propria individualità e la propria autonomia; ma vi sono situazioni di difficoltà crescente in cui i genitori si mettono in discussione e decidono di rivolgersi allo psicologo. Quasi sempre il figlio adolescente si rifiuta di partecipare all’incontro (‘Non sono mica matto !’), ma i genitori cercano ugualmente aiuto.
Quando incontro come psicologa genitori in crisi con i figli adolescenti, di solito la loro richiesta è: possiamo avere consigli su come trattare col figlio, farci obbedire, affrontare i temi dello studio, degli orari, dell’uso esagerato dello smartphone …? I consigli in realtà di solito servono a poco: mi è accaduto più volte di incontrare genitori che erano già stati da altri psicologi che avevano dato loro ottimi consigli; quando però, nel vivo della situazione di crisi, non erano riusciti ad applicarli, si erano sentiti incapaci e la situazione era peggiorata.
Il mio primo obiettivo è di evitare che la crisi adolescenziale sia considerata come segno di patologia: come abbiamo visto un periodo difficile è da considerarsi normale, salvo situazioni specifiche che presentano sintomi evidenti (ad esempio sintomi alimentari) o comportamenti estremi (ad esempio violenza agita e ripetuta). E’ bene ricordare che a questa età le situazioni sono in rapida evoluzione, e il come evolveranno dipenderà anche da noi specialisti. Io cerco innanzi tutto di evidenziare i valori e le risorse di tutti e di ciascuno. Si può scoprire allora che un sedicenne che rischia di perdere l’anno scolastico ha grandi doti sportive e nello sport si impegna con costanza e dedizione; o che una quindicenne in perenne conflitto con la madre e la sorella minore, frequenta gli scout e in quel contesto è disponibile e generosa. Valorizzare questi aspetti positivi, e sottolineare il fatto che i genitori evidentemente ne hanno qualche merito, è il primo passo affinchè l’immagine negativa che i genitori hanno ormai del figlio, e quindi di sé, inizi a migliorare. Proporrò poi di ripercorrere la storia del nucleo familiare e insieme ai genitori cercheremo di ‘leggere’ il comportamento del figlio come una richiesta, una provocazione, uno stimolo:
vi sta chiedendo di dargli più fiducia?
Oppure di essere d’accordo davvero, e non solo formalmente, su quali permessi e quali limiti dargli?
Sta provocandovi perché ha l’impressione che vi stimiate poco come genitori, in quanto i nonni non vi hanno stimato molto?
Si tratta di ‘richieste’ implicite e certamente mal formulate, ma se è possibile ‘vederle’ per quello che sono tutto può cambiare; se il figlio provoca il genitore, vuol dire che ha fiducia in lui, nella sua capacità di reggere l’impatto, ma anche di interrogarsi e comprendere il figlio stesso; ha fiducia di essere amato e importante per il genitore. E il fatto stesso che i genitori si siano messi in discussione e abbiano cercato un aiuto dimostra che tale fiducia è ben riposta.
Vedendo le provocazioni del figlio sotto una luce diversa, innanzitutto non le si considera più prova di inadeguatezze e carenze dell’adolescente, dei genitori o della loro relazione.
In secondo luogo comprendendone il significato e rispondendo loro per quello che sono, genitori e figli da quasi nemici, come si percepivano, spesso si scoprono cooperanti per affrontare un problema che li disturba entrambi.

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